Storia di Anna -
di Paola Navotti
Mercoledì 7
marzo, presso il Centro di Documentazione Ebraica (Cdec) di Milano, si è
svolta la cerimonia di assegnazione della medaglia dei giusti tra le
nazioni, alla signora Anna Sala - non di religione ebraica - che dall’inizio
del 1943, per diciotto mesi, aiutò la famiglia ebrea Nissim Levi a scampare
alla persecuzione nazista. La storia di questa coraggiosa donna è stata
raccontata e commentata dalla presidentessa del Cdec, Liliana Picciotto; da
Anna Sonnino, unica della famiglia “salvata” presente alla cerimonia;
infine, dal vice ambasciatore d’Israele a Roma, Tibor Schlosser, a cui ha
regalato il libro di don Giussani Che cos’è l’uomo perché te ne curi?, e che
ha espresso parole di stima e di ringraziamento per l’immedesimazione di don
Giussani nella tradizione del popolo ebraico.
Tra i presenti: Roberto Yarach, neo presidente della comunità ebraica di
Milano, e Nedo Fiano, ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, che nella
celebrazione della recente “Giornata della memoria” tenuta nel Duomo di
Milano, ha impressionato tutti urlando in tedesco i comandi che per un anno
ha sentito nel lager.
«Ciò che più mi impressiona - dice la signora Sonnino - è che non siamo
stati noi a cercare Anna, ma è stata lei». Originaria di Varese, Anna Sala
si iscrive alla facoltà di Lingue a Ca’ Foscari di Venezia, dove incontra
due ragazze ebree di Padova con le quali stringe subito amicizia, e che la
invitano a frequentare la loro casa e gli amici della comunità ebraica.
Quando cominciano a essere applicate le leggi razziali, temendo per
l’incolumità delle sue amiche, Anna si impegna a proteggerle: inizialmente
pensa di portarle in Svizzera, ma la formazione partigiana in cui militava
(“Giustizia e Libertà”) avvisa di fucilazioni e arresti proprio al confine.
Anna decide, allora, di nascondere la famiglia Nissim a Cunardo, paese tra
Luino e Varese, dove nessuno li conosceva. Tale nascondiglio distava
parecchia strada dalla stazione, ma Anna arrivava regolarmente, qualche
volta a piedi, altre in bicicletta. Portava da mangiare, da vestire, perfino
i giocattoli per le due bambine - ora anziane - che, nei messaggi letti da
Anna Sonnino, raccontano di come nelle loro favole le fate avessero sempre
il nome di Anna. La mamma delle due bambine, Ada, che aveva partorito
neanche un mese prima della fuga, scrive: «Solo la forza di Anna mi convinse
a partire». «Anna non voleva che ci rintanassimo in casa, continuava a
ripeterci che dovevamo vivere. Riuscì perfino a portarmi al cinema», ricorda
la signora Sonnino.
Con tono ufficiale ma per nulla affettato, il vice ambasciatore d’Israele
dice di sentirsi «piccolo» ogni volta che si trova testimone di simili
storie: «Se fossi stato al suo posto, cosa avrei fatto? Perché l’hai fatto
tu e non un altro? Io non rappresento soltanto lo Stato d’Israele, ma la mia
famiglia, che è ebrea: non posso non chiedermi chi sarei stato durante la
persecuzione: un delatore o un salvatore?». Questa domanda è stata condivisa
da tutti.
Un particolare mi ha colpito: che gli ebrei siano un popolo, che si sentano
di un’unica famiglia, mi è sembrato evidente dal fatto che, al mio arrivo,
la persona che conoscevo mi ha subito presentato a quelle che conosceva lei,
con la premura che hanno le padrone di casa.
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