IL CONTE RUGGERI
Nei tempi de' tempi viveva in un castello
appollaiato sulla vetta di una dirupata collina, il Conte Ruggeri, crudele
rapace castellano che terrorizzava tutto il territorio circostante, ma
appassionato e grande cacciatore. Aveva sposato, ancora in giovane età, una
dama bella buona ed onesta la quale, pur tacendo per il terrore che il
marito le incuteva, non approvava però le sue prepotenze e le sue numerose
malefatte.
I giorni trascorrevano sempre uguali per la poveretta richiusa fra le tetre
mura del castello che per lei erano, più che pareti domestiche, mura di
tetra prigione.
Le sue occupazioni si risolvevano nell'accudire alle faccende e nel
sorvegliare l'andamento interno della casa della quale avrebbe dovuto essere
signora e regina.
Rare erano le soste del castellano nella sua casa avita, e quando giungeva
più che gioia, recava sempre con sè, terrore e spavento e la sua sosta fra
le pareti domestiche si prolungava al più alle ore notturne, trascorse
sempre in compagnia dei suoi amici, tristi quanto lui.
La castellana, viveva appartata e il marito ben di rado si ricordava di lei:
fra loro era intercorso un tacito accordo per il quale, ognuno di loro,
trascorreva i suoi giorni ignaro dell'esistenza dell'altro.
Ma una brutta sera il castellano rientrò avvinazzato, in compagnia di amici
suoi che gridavano e cantavano sguaiate canzoni e, non appena nel castello,
il Conte Ruggeri chiese della moglie e la volle davanti a lui. Non appena la
poveretta fu in sua presenza, egli la investì di male parole e l'accusò di
amoreggiare con un suo conoscente il quale, di tanto in tanto, era stato
ospite al castello.
La poveretta allibita per l'ingiusta accusa, cadde piangendo ai piedi del
feroce castellano giurando sulla sua onestà e sulla sua rettitudine e
chiamando a testimoni delle sue affermazioni i Santi ed i suoi poveri morti.
Ma il conte Ruggeri, legato da una triste passione ad un'altra donna, non
volle sentire ragioni. Chiamò il maggiordomo, uomo iniquo e a lui legato per
scelleratezze compiute in tempi addietro e salvato da lui dalla punizione
che lo attendeva, il quale, presenti gli amici del conte, affermò di aver
sorpreso la contessa fra le braccia del suo amante.
La povera donna a questa affermazione, capì di essere perduta e non valsero
né lacrime, né giuramenti, né preghiere a muovere il Conte, il quale decretò
che alla peccatrice sarebbe stata inflitta la punizione che si meritava:
sarebbe stata gettata fra i gorghi dell'orrido di Ponte Nativo di Cunardo,
essendo quella la punizione, decretata a quei tempi, per le donne adultere.
La poveretta trascorse la notte chiusa nella sua camera tra pianti e
preghiere, mentre giù nel salone, il triste marito gozzovigliava con i suoi
degni amici.
Il mattino dopo, per tempo, fu bussato alla porta della contessa ed il conte
stesso fattosi sull'uscio, la invitò a scendere in cortile dove era in
attesa una carrozza chiusa sulla quale la disgraziata fu fatta salire. Al
suo fianco si pose il marito e quindi i cavalli si mossero. Dopo una lunga
galoppata, attraverso località sconosciute alla donna, la carrozza si fermò
lungo una strada che correva, come corre ancor oggi, sul ciglio di un dirupo
che sovrasta l'antro misterioso dell'orrido di Ponte Nativo.
La donna fu fatta scendere e fatta inginocchiare sul nudo terreno. Le furono
concessi pochi minuti per raccomandare la sua anima a Dio e, trascorso il
breve termine, venne afferrata da due famigli del conte che avevano seguito
a cavallo il triste veicolo, e gettata tra i gorghi impetuosi delle acque
vorticose.
Si vide per brevi istanti la donna dibattersi disperatamente tra i flutti e
poi sparire sotto la scura volta dell'orrido. Il conte assistette muto alla
scena e non appena la donna fu scomparsa agli occhi degli astanti, risalì
sulla carrozza e diede ordine per il ritorno al castello.
La donna che con il suo silenzio e la sua onestà tanto infastidiva il conte
non era più, ma non per questo la vita del Conte fu più felice. Da quel
giorno una strana malinconia assalì quel tristo figuro che, roso dal rimorso
e dal terrore per il delitto commesso, si ammalò e dopo poco tempo mori.
Ma anche dopo la morte la sua anima non trovò pace, e tutte le notti, lungo
le Valli, verso la mezzanotte, si sentivano suoni di sonagliere, abbaiare di
cani, schiocchidi fruste e il passaggio rapido, come di un vento impetuoso,
di un gruppo di cacciatori lanciati dietro una selvaggina irraggiungibile.
Era l'anima del conte Ruggeri che non poteva abbandonare i posti che avevano
visto il martirio della innocente sposa.
In paese tutti avevano udito il frastuono di questa battuta notturna di
caccia e tutti ne avevano terrore. Ma un vecchio mugnaio proprietario di un
mulino proprio sul fondo delle valli ( i ruderi di questo mulino si possono
ancor oggi ammirare sul fondo del torrente), rideva della paura dei
compaesani e, pur ammettendo di aver
anche lui, nelle notti buie, mentre era intento al suo lavoro, udito questi
frastuoni, affermava che non si trattava né del Conte Ruggeri, né di anime
dannate, ma semplicemente di bestie notturne che schiamazzavano.
Una notte il mugnaio era solo nel suo mulino, la macina girava lentamente e
fuori era buio pesto. Sibilava i! vento ed egli per ingannare il tempo
fischiettava. Ad un tratto udì in lontananza, prima confusamente e poi
sempre più distintamente, un suono di sonagliere ed un abbaiare di cani che
si avvicinava. A quello schiamazzo, pensò subito al Conte Ruggeri, ma poi,
datosi una scrollatina, sorrise e si fece sull' uscio de! suo mulino. Lo
schiamazzo si faceva sempre più distinto e si avvicinava sempre più e il
mugnaio fattosi coraggio, avanzò di qualche passo verso il ciglio del
burrone. Era buio e tirava un vento freddo. L'uomo incuriosito attendeva ciò
che sarebbe accaduto e, allorché udì vicinissimo il frastuono della battuta,
gridò:
« Conte Ruggeri, dammi un po' della tua caccia! ~
Non aveva ancora terminato di parlare che si sentì avvolto da un forte
turbine mentre qualche cosa di pesante gli cadeva tra le braccia.
Spaventato, stentò a reggersi in piedi e, con orrore, al fioco chiarore del
lume che usciva dalla porta del mulino rimasta aperta, vide che aveva tra le
braccia una gamba umana. Scoccava in quel mentre, al campanile di Ferrera,
I' una dopo la mezzanotte.
Il terrore del mugnaio fu tremendo e, non appena riavutosi dallo spavento,
depose con cura il misero resto nell'interno del mulino e s'incamminò lungo
il viottolo che portava al paese ove giunse che suonavano i rintocchi
dell'Ave Maria.
Il povero uomo non si recò a casa sua, ma andò dal parroco, certo Don
Tagliaferri, il quale fu assai meravigliato della visita mattutina del
mugnaio che non passava per uno stinco di santo. Il malcapitato raccontò al
parroco la sua avventura e chiese consiglio. Il buon prete, dopo aver
ascoltato e incoraggiato un po' il mugnaio, gli disse che la notte
successiva egli avrebbe dovuto trovarsi alla medesima ora della sera
precedente sul ciglio del burrone accanto al mulino, con la cacciagione
inattesa sulle braccia e con accanto un gatto nero. Verso la mezzanotte
all'annunciarsi del frastuono della battuta di caccia, doveva tenersi pronto
e quando la muta urlante fosse a lui vicina doveva gridare:
« Conte Ruggeri, riprenditi la tua caccia! »
Il prete gli disse anche che gli sarebbe stato vicino durante l'attesa.
La giornata passò per il povero mugnaio fra incubi e paura e alla sera,
accompagnato dal prete e con un . gatto nero in un cesto, si recò al mulino.
Verso la mezzanotte si udì il noto frastuono ed il mugnaio, fattosi coraggio
ed esortato dal prete, prese sulle braccia la macabra cacciagione e,
tenendosi vicino il gatto, si recò sul ciglio del burrone. Il prete gli era
vicino e lo incoraggiava, con la stola copriva il gatto nero. Intanto il
frastuono della battuta di caccia era ancor più rumoroso di quello della
notte precedente. Il mugnaio tremava ed il prete recitava delle preci. Un
forte vento improvviso si alzò proprio quando il baccano si era fatto
vicinissimo ed il mugnaio, fattosi coraggio, gridò:
« Conte Ruggeri, riprenditi la tua caccia! »
Un vortice impetuoso avvolse mugnaio e prete, il gatto sbuffava inferocito e
il malcapitato incredulo, si sentì strappare dalle braccia l'indesiderata
cacciagione.
Subito dopo, tutto ricadde in un tetro silenzio e il mugnaio, da quel giorno
non osò più scherzare sulla « Caccia selvatica », come era in paese chiamata
la battuta notturna di caccia del triste Conte.
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Piero Busti, Cunardo, brevi note storiche,
Comune di Cunardo, Cunardo, 1984.