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IL TESORO INTROVABILE
Sulla cima
più alta dei monti che circondano Cunardo, esisteva una volta un imponente
castello, i cui ruderi sono tuttora visibili. Quel castello grande com'era
doveva essere quasi una fortezza vasta e spaziosa da poter contenere molti
armati.
Già da tempo il castello non era più proprietà di un nobile castellano,
conte o barone che fosse, né vi risiedeva una qualche bionda e gentile
castellana che attendesse gli
ospiti e li rallegrasse della sua presenza.
I1 castello così abbandonato divenne la dimora di briganti dei quali nessuno
sapeva precisamente l'origine, da dove provenissero, né tanto meno come
avessero fatto ad impadronirsene, facendo del castello un covo di rapinatori
senza scrupoli.
Quando costoro scendevano a valle riempivano di terrore i valligiani, che
scappavano a rinchiudersi nelle loro case cercando di sprangare più forte
che potevano porte e finestre.
Così rinchiusa la gente rendeva più facile ai briganti razziare nei campi e
nei cortili. Va da sé che si appropriavano di quanto capitava loro
sottomano, raccogliendo a poco a poco un tesoro che col passare degli anni
si fece sempre più grande, fino a non poter più essere calcolato.
Un fatto singolare per gentaccia del genere: non usavano quasi mai fare
violenza alle donne.
I valligiani, pur temendo enormemente le razzie di questi briganti, in fondo
in fondo gradivano assai questo strano aspetto dei seppur loschi aggressori,
ma non tutte le donne erano dello stesso avviso.
Qualcuna di esse sognava di essere rapita, perciò attendeva la calata dei
barbari, lieta che fosse spogliata dai pochi gioielli e di servire loro per
il trastullo erotico di qualche
ora; cosa che in fondo non commuoveva troppo quei briganti di un genere
tutto speciale e non certo molto teneri e galanti nel confronto di certe
donne.
Durava già da parecchio tempo una tale situazione, quando un giorno
arrivarono nella valle degli armati guidati da Ambrogio, quello stesso che
poi fu arcivescovo di Milano.
Egli era preceduto dalla fama di una grande bontà e di tradizionale
comprensione verso i deboli e i peccatori.
Scopo di Ambrogio e dei suoi soldati era quello di liberare quei luoghi e
quella gente dalle vessazioni a cui erano sottoposte, e naturalmente salvare
insieme le anime di quella banda di gentaccia.
Ora fra questi si trovavano molti ariani seguaci di quel grande eresiarca
Ario di Alessandria d'Egitto che a suo tempo diede tanto filo da torcere
alla chiesa orientale.
Quello scisma durò cinque secoli, nel corso dei quali conquistò alcuni paesi
barbari; molti aderenti ad esso, capitarono fra noi frammischiati alle bande
di dispersi o di disertori dei vari eserciti che allora scorrazzavano per
l'Italia.
Tanti di quella ciurmaglia senza legge né fede che si era impossessata del
castello sopra Cunardo, apparteneva appunto allo scisma ariano. I guerrieri
milanesi, ritenutisi novelli crociati, guidati dall'arcivescovo in persona,
faticarono non poco a snidare quegli eretici, ma finalmente vi riuscirono.
A quei tempi i guerrieri, a qualunque religione o setta appartenessero, non
erano mai molto teneri coi vinti e diventavano facilmente dei sanguinari
uccisori, confortati spesso dall'esempio dei loro capi che non sempre
sapevano mantenersi tolleranti e magnanimi. La storia ha molti esempi di
grandi uomini e di santi stessi che si lasciarono trasportare dalle loro
passioni e dai desideri di vendetta perdendo completamente il senso morale.
Così anche Ambrogio non seppe o non volle fermare i suoi uomini che
sterminarono specialmente gli ariani.
Ora nella Valcuvia la storia degli ariani e della loro mi sera fine è quasi
del tutto dimenticata. Se si pensa qualche volta a loro è per la
persuasione, che dura ancora, che gli ariani e i loro compagni avrebbero
nascosto un immenso tesoro celato così bene che ancora oggi, dopo parecchi
secoli di ricerche, non è stato trovato.
Non lo trovarono i mercenari di Ambrogio i quali, dopo l'eliminazione dei
briganti ariani e non ariani, si dettero disperatamente a cercarlo con tutti
i mezzi a loro disposizione. Essi rovistarono in ogni stanza del castello
senza trovare nulla.
Provarono nei più reconditi e segreti recessi e da ultimo, presi dal sacro
fuoco dell'oro, smantellarono persino i muri del maniero. Ma il tesoro
rimase introvabile. Cercarono ancora per alcune settimane tutt'intorno e
quando furono persuasi della inanità dei loro sforzi, i soldati di Ambrogio,
mogi mogi, si ritirarono definitivamente da quei luoghi.
Fu così che negli anni seguenti molta gente si sparse per la valle e sulle
erte dei monti, cercando con accanimento, frugando e scavando ogni più
riposto angolo, ma del tesoro neppure l'ombra.
Nacquero allora le più ardite supposizioni, le più inverosimili fantasie.
Alcuni pensarono che il tesoro di quegli eretici fosse stato lasciato in
custodia al Diavolo che cercava furbescamente di tenere lontani il più
possibile i cercatori dal luogo dove il tesoro era nascosto.
Si narra che un giorno alcune donne, smessa la ricerca nel vicino bosco, si
inginocchiarono per recitare l'Angelus del mezzogiorno, e proprio in quell'istante
entro una raggiera di luce comparve un angelo e mostrò loro alcune gioie che
sfavillavano più della raggiera stessa, mentre pareva indicare un punto
verso il quale si avviò. Appena le donne, in preda alla più viva agitazione,
si alzarono per seguirlo, l'angelo e la luce sparirono e tutto tornò come
prima. Altri raccontano di aver visto in lontananza dei guerrieri armati di
tutto punto dirigersi verso le rovine del castello e sparire non appena si
videro scoperti.
Un numero rilevante di altri segni ed apparizioni fantastiche vennero
annunciate, ma il tesoro rimase introvabile. Questo faceva sl che le
popolazioni fossero spesso in agitazione. A calmare almeno in parte queste
apprensioni, qualcuno suggerì di usare le pietre del castello distrutto per
fabbricare a Cunardo una bella chiesa.
La cosa ebbe il suo benefico effetto, perché se il tesoro non fu mai
trovato, una certa calma scese nell'animo degli abitanti che smisero di
affannarsi a ricercare. Ma il tesoro resta sempre nella mente di qualcuno,
il quale spera un giorno o l'altro di venirne in possesso.
Come si sa, la speranza è sempre l'ultimo miraggio dell'uomo.
Rinaldo Corti, Sentimento e Fantasia ( Leggende del Varesotto, Collana
scrittori Varesini e Prealpini, Varese, 1974
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